Le lingue d'oc

(articolo tratto dal numero 127 - Marzo 2005)

 

In un momento in cui va aumentando l’intereresse per le lingue minoritarie, ci è parso opportuno fornire ai lettore un quadro complessivo della famiglia linguistica “d’oc”, o “occitana”, nelle sue componenti polinomiche ed accennare brevemente alle parlate più vicine alla nostra realtà.

L’occitano, al quale si riallaccia il catalano, comprende l’insieme delle parlate gallo-romanze del sud della Francia, alcune delle quali hanno ramificazioni fuori dal territorio francese (Piemonte in Italia e Val d’Aran in Spagna).  In Francia, esso si estende su 33 dipartimenti, con un numero di parlanti calcolato in circa due milioni.  Delimitata a nord dai dialetti della lingua “d’oïl” ed a est dal franco-provenzale, la lingua “d’oc”, si estendeva, prima dell’XI secolo, dalla foce della Loira fino alla parte meridionale della catena dei Vosgi.  I confini attuali dell’area occitanica, fissati sin dal Medio Evo, si situano al disotto di una linea che, partendo dalla Gironda, giunge fino alle Alpi.  Dal punto di vista linguistico, queste parlate si dividono in tre gruppi: il nord-occitano, che si estende dall’Ardèche fino alle valli piemontesi e comprende il limosino, l’alverniate ed il provenzale alpino; l’occitano medio o meridionale, rappresentato  dal liguadociano e dal provenzale; infine, il guascone, gruppo presente nel sud-ovest della Francia.  Nell’Europa medioevale la lingua “d’oc” costituisce una grande lingua di cultura e civiltà. La poesia e la lirica dei “Troubadours” fanno radunare attorno agli autori una cerchia di poeti italiani o catalani, che scrivono in lingua “d’oc”. Ne sono emulatori i “Trouvères”, poeti che usano la lingua “d’oïl”, poi i “Minnesänger” tedeschi o, ancora, Dante.  La crociata contro gli Albigesi (1208 – 1244), che scuote profondamente le fondamenta della società meridionale, segna la fine di questo periodo aureo. Nel corso dei secoli successivi, nonostante qualche tentativo di rinascita, l’unità linguistica comune occitana si trasforma progressivamente in varietà dialettali. A partire dal XVI secolo, la lingua francese avrà un ruolo sempre più importante nell’uso scritto, ma i parlanti resteranno bilingui fino alla Rivoluzione.  Nel XIX secolo, la creazione del movimento letterario “Félibrige” (1854) ad opera di Mistral e Roumanille restituisce alla lingua “d’oc” il suo primitivo splendore. I Felibri producono non solo opere letterarie, ma compongono anche dizionari ed elaborano un sistema grafico comune alle varie parlate occitane.

Mentre queste, sul piano orale, vanno perdendosi, nonostante la “reoccitanizzazione” delle giovani generazioni, la lingua scritta, a partire dalla metà del XX secolo e sotto l’impulso del movimento occitanista, riprende a poco a poco il suo posto come lingua di cultura. Quanto al francese regionale dell’area occitanica, ampiamente usato da numerosi scrittori – Alphonse Daudet, Marcel Pagnol, Jean Giono, Henri Bosco, Henri Pourrat, Eugène Le Roy, Thynde Monnier, Jean Anglade, Pierre Magnan o, più vicino nel tempo, Jean Claude Izzo – esso continua a mantenersi ben vivo.  L’apporto delle parlate occitane nella lingua francese si evidenzia già alla fine dell’XI secolo e permane tuttora. La diffusione della poesia trobadorica veicola l’ideale di una cultura raffinata, la cui influenza è percepibile non soltanto nella letteratura, ma anche nel lessico. A partire dal XIII secolo, dopo la crociata contro gli Albigesi e l’annessione della regione Linguadoca al regno di Francia, numerosissimi termini indicanti realtà proprie della vita mediterranea passano dai dialetti occitani alla lingua francese, segnatamente parole appartenenti al linguadociano ed al provenzale.  L’ondata di prestiti prende maggiore ampiezza nel XVI secolo, sostenuta dal movimento letterario de “La Pléiade” e favorito dall’avvento al trono di Francia di Enrico IV, nativo del Béarn. In seguito, il francese moderno, attratto dal linguaggio occitanico particolarmente colorito, continua a prenderne a prestito nuove parole, sia pure in misura minore.

Il linguadociano riunisce le parlate occitane che formano, assieme al provenzale, il gruppo dell’occitano medio o meridionale, e presenta due suddivisioni.  Il linguadociano orientale copre i dipartimenti del Gard, dell’Héraut (parte est) e la fascia mediterranea dei dipartimenti dell’Aude e dei Pirenei orientali, oltre alle parti dei dipartimenti dell’Ardèche, della Lozère e dell’Aveyron, confinanti con quelli del Gard e dell’Héraut. Il dialetto delle Cevenne – il cévenol – è una variante del linguadociano orientale.  Il linguadociano occidentale interessa un’area che si estende dal dipartimento della Dordogna all’Ariège e dal dipartimento del Lot-et-Garonne fino all’Aveyron; le varietà di quest’area sono il quercynois, il rouergat e il gévaudanais.  Frequentemente il linguadociano viene considerato la parlata occitana per eccellenza, la più pura e la più vicina alla lingua dei Trovadori.  Il provenzale, facente parte del gruppo dei dialetti dell’occitano medio o meridionale parlato in Provenza, viene generalmente diviso in quattro varietà zonali.  Il rodaniano interessa i dipartimenti di Vaucluse e Bouches-du-Rhône (parte settentrionale) e la zona di Arles, comprendendo dunque il marsigliese.  Il dialetto marittimo si estende nella frangia mediterranea del dipartimento Bouches-du-Rhône, nel dipartimento del Var e nella zona ad ovest del dipartimento delle Alpi Marittime.  Il provenzale alpino, o gavot, è parlato nelle Alpi provenzali ed in alcune vallate piemontesi.  Infine, si ha il nizzardo, che è presente a Nizza e nella regione circostante. L’entità costituita dalla parlata nizarda è dovuta al fatto che, dal 1388 al 1860, la contea di Nizza non ha fatto parte della Provenza.  Il termine “provenzale” designa anche l’insieme delle parlate occitane, mentre con la definizione “provenzale antico” si intende distinguere l’occitano scritto anteriore al 1500.

Al fine di evitare ambiguità di significato, si preferisce sostituire tali definizioni usando rispettivamente le denominazioni “occitano” e “occitano antico”.

Traduzione di I.C.

Tratto da: Au coeur des langues d’Europe, Réalisation dictionnaires Le Robert sous la direction de Marie-Hélène Drivaud et Marie-José Brochard.

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